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17/06/2008

Non cancellare

Ci sono  eventi che, con il passar del tempo, tentano a transitare nella soffitta scura e polverosa del ns.cervello,a meno chè l'interessato,ogni tanto,non passi la ramazza,non apra la finesta e faccia entrare aria pulita e luce.

Quello che segue appartiene a tale categoria: un fatto di tanti anni fà, emblematico, triste,da non dimenticare.a4e43aa7251c3f29e81c0fa84ffa072f.jpg

Enzo Tortora  nacque a Genova nel 1928 e, dopo aver passato il periodo universitario nella sua città natale - dove realizza alcuni spettacoli con Paolo Villaggio - si trasferi' a Roma. Fu assunto in Rai a ventitré anni per condurre il radiofonico Campanile d'oro. Nel 1956 il suo debutto in video: con Silvana Pampanini in Primo applauso. Dopo Telematch, è Campanile sera di Mike Bongiorno a lanciarlo come conduttore. Curando i collegamenti con i paesi dell'Italia settentrionale, Tortora ha l'occasione di legare con il mondo della provincia. Per un contrasto con i dirigenti della Rai ripara in Svizzera, per presentare Terzo Grado. Al suo rientro, gli vengono affidate due trasmissioni: Il gambero e dal 1965 al 1969, la Domenica sportiva. Nuovo allontanamento: Enzo Tortora si ritrova a lavorare con alcune emittenti private e a collaborare con alcuni quotidiani. Dopo sette anni ritorna alla casa madre. Inizialmente accanto a Raffaella Carrà, in Accendiamo la lampada (1977), poi come signore di Portobello, un programma di vero successo con 26 milioni di telespettatori di media, il primo esempio di tv verità. Nel 1982 l'approdo a Retequattro, alla conduzione di Cipria.

Proprio nel giugno 1983  era impegnato con Pippo Baudo alla guida della rubrica elettorale Italia parla. Fu europarlamentare con i radicali (17 giugno 1984) per la difesa dei diritti umani. Enzo Tortora, giustamente è diventato un simbolo della malagiustizia. Muore a Milano nel 1988 dopo aver lanciato, pochi giorni prima, il suo grido d'accusa durante il programma di Giuliano Ferrara, Il testimone.

Era il 17 giugno del 1983. Stava per albeggiare quando la polizia irrompe nella stanza d'albergo  di Enzo Tortora per arrestarlo. A lla tv fu  'uno spettacolo mediatico', la visione di un personaggio noto con le manette ai polsi.

Inizia il calvario per il conduttore di 'portobello' e si apra una delle pagine piu' buie della giustizia italiana che,in tanti anni, è riuscita a collezionare un impressionante numero di 'errori giudiziari'.

Dal caso Tortora -opportunamente amplificato dai radicali di Pannella - vengono fuori la c.d. lege sulla responsabilità civile dei magistrati e si pone il  seme per quella che poi sarà la legge 'Pinto'.

Bazzecole, in confrono ai danni che crea il carcere ingiusto.

Eppure, per molti ancora il problema non si pone. Se non si è toccati direttamente dagli ingranaggi terribili della giustizia non si immaginano le proporzioni della questione.

Fino a quando certe cose succedono agli altri, si parla, si sproloquia ma non si percepiscono i guasti -spesso irreversibili- che il carcere ingiusto e l'errore giudiziario sono capaci di arrecare ad ogni persona.

Ma la storia di Tortora non è stata inutile, anche se non è riuscita a far imbestialire la gente comune.

Molti,per vero, non la conoscono,altri non la immaginano neppure. Chi crede di conoscerla, abbia la compiacenza di dare uno sguardo ad un libro di Vittorio Pezzuto, “Applausi e sputi”  e si rendera' conto di quanto ci sia ancora da conoscere.

Il 17 settembre 1985 il processo arriva alal prima conclusione già immaginata da tanti: Enzo Tortora è condannato a dieci anni di reclusione,perche' ritenuto colpevole per fatti di camorra e di cocaina. Il volumetto di Pezzuto fa rivivere il dibattimento e rivede le udienze. Leggendo vi verrà la nausea che aumeterà man mano che andrete avanti allorchè saprete dei destini riservati ai protagonisti, nel bene e nel male, della vicenda.

Il Parlamento europeo respinge, all’unanimità, la richiesta di procedere contro Tortora, divenuto parlamentare, per oltraggio contro un magistrato. In udienza di lui avevano detto che era stato eletto con i voti della camorra.

'E’ un’indecenza', grida Tortora. Chiesero di processarlo ed il Parlamento, più che giustamente, osservò che l’offeso era il parlamentare, non certo il magistrato. Il 31 dicembre 1985  Tortora si dimette da parlamentare, rinuncia all’immunità e va agli arresti domiciliari. E' categorico: consapevole della sua innocenza, vuole che venga riconosciuta l’innocenza da uomo comune.

Il 15 settembre 1986 Tortora viene assolto.La Corte d’Appello sentenzia non solo la sua piena innocenza,  ma chiarisce che la condanna precedente è da attribuirsi a dichiarazioni di pentiti che parlavano solo per avere in cambio qualche cosa. Più che una sentenza d’assoluzione per Tortora, è una sentenza di condanna per magistrati e giudici di primo grado. Il 20 febbraio 1987  Tortora torna in televisione, ri-comincia Portobello con la una citazione “Dove eravamo rimasti …”. Il 17 giugno 1987, ancora lo stesso giorno, la Cassazione sancisce l’assoluzione definitiva.

Ma -come si sa- i fatti non hanno un lieto fine. L'uomo Tortora, violentato dal sistema, ha conservato la lucidità della mente, ma ha perso quasi tutto il resto.

Il 18 maggio del 1988 Enzo muore, come un guerriero vittorioso in battaglia che ha lasciato sul campo troppo sangue.

 Ci ha consegnato pesanti fardelli che non in tanti hanno preso in carico.

La giustzia continua ancora a produrre errori anche se va osservato come in un sistema giudiziario puo' succedere che ci sia una sentenza ingiusta; è una patologia ìnormale'. Non puo',invece, ipotizzarsi un processo ingiusto.a17760ca515de3da21fb2f33d372d6d7.jpg

Non si puo' far dipendere la sorte giudiiziaria di nessuno dalle parole,solo quelle, di 'pentiti' interessati, a gettone.

In proposito,come sottolinea l'estensore,  va ricordata come il Giudice Falcone non volle assolutamente far dipendere il suo giudizio processuale dalle parole di un pentito e,per questo, fu -in vita - isolato, diffamato, additato in tv  come  colluso con la mafia.

Con il caso Tortora la giustizia italiana fa un salto indietro di qualche secolo, arrecando danni -oltre che allo stesso Tortora- anche al sistema giudiziario nel suo insieme

Il presentatore televisivo viene tenuto in carcere per 7 mesi, ottenendo appena tre colloqui con i suoi inquirenti. Gli indizi che lo accusavano erano debolissimi, quasi nulli: oltre alle parole dei "pentiti", soltanto un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista; un nome scritto a penna e un numero telefonico.

Solo dopo lungo tempo si saprà che quel nome non era "Tortora", ma "Tortosa" e che il recapito del telefono non era quello del presentatore.

Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura.

E. Biagi,lettera al Presidente della Repubblica.

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